L’ingresso di Renato Soru nell’arena politica sarda – accelerato anche dalla dissoluzione del centrodestra - ha sconvolto i piani e i progetti dei due schieramenti di centrodestra e centrosinistra e rimesso in gioco una opinione pubblica che, più che in passato, appare interessata alle sorti dell’Autonomia. Ciò autorizza a pensare – nonostante la resistenza dei vertici dei partiti – che Soru, probabilmente, guiderà lo schieramento di centrosinistra. Sono naturalmente possibili altri scenari: un centrosinistra allargato e guidato da altro leader; una scomposizione generale in tutti e due gli schieramenti; la crescita di un terzo polo di centro senza Forza Italia. Ma la cosa più probabile rimane l’accordo Soru-centrosinistra. Naturalmente occorrerà superare alcuni ostacoli, a cominciare da quelli di metodo.
I vertici del centrosinistra hanno sostenuto che prima viene la coalizione, poi i programmi infine il leader. Questa sequenza è tutt’altro che scontata. Anzi, sono in molti a pensare – e io tra questi – che la più giusta sia quella che assegna la priorità assoluta all’obiettivo di un forte cambiamento e ritiene prioritaria una leadership forte e credibile al di là anche dell’investitura dei partiti ma gradita all’opinione pubblica. L’obiettivo semplice ed elementare – tanto da apparire superficiale - si riassume nella domanda dell’opinione pubblica nella modifica del quadro attuale che comprende il leader, il gruppo dirigente e il progetto visti non separatamente ma come un tutt’uno. Il metodo per definire e approvare il programma, comporre la coalizione e scegliere il leader avrebbe potuto essere diverso se fossimo stati in presenza di partiti rinnovati, aperti, sensibili ai movimenti della società. In tal caso sarebbero stati i partiti a dar vita all’intero processo.Oggi invece il progetto sta sfuggendo al loro controllo e si è in un certo senso capovolto, ritrovando il suo punto archimedeo in un leader emerso dal corpo sociale in maniera improvvisa e inaspettata. Ciò è avvenuto – ripeto - per l’incapacità dei partiti a cogliere le voci profonde, le domande della società. Dalla crisi dell’autonomia, dei suoi valori, è così emersa una leadership che interpreta tutti coloro che ancora sperano che non tutto è perduto.
Qualcuno, per indebolire la candidatura Soru, lo paragona a Berlusconi. In realtà si tratta di un fenomeno opposto. Se è forse assimilabile nella forma, certamente non lo è nella sostanza. Berlusconi si è infatti messo alla guida di un movimento politico non per difendere i valori fondamentali della Costituzione (in Sardegna non avrebbe parlato né di Autonomia né di identità) ma per difendere altri smaccati appetiti personali o di parte. La candidatura Soru è invece un segno positivo di vitalità democratica: la società non esprime leadership in antagonìa con i valori della Costituzione repubblicana ma in difesa di essi. Di ciò i partiti di centrosinistra dovrebbero prendere atto positivamente e non contrastare una tendenza che vuole interrompere l’involuzione e il degrado della vita politica regionale.
Piaccia o no, oggi Soru appare come l’interprete – al di là forse della sua stessa volontà – della domanda e speranza di cambiamento di quella parte della società sarda che si rifiuta di assistere passivamente al degrado e alla corruzione del tessuto ideale, della vita delle istituzioni e della società dominata sempre più da un clientelismo patrimoniale senza regole. Preso atto che una leadership è stata indicata dalla società e che ogni giorno cresce il consenso, i partiti debbono tornare a svolgere - vista l’incapacità acclarata di un votatile centrodestra che ha ingannato i suoi stessi sostenitori - il lavoro di elaborazione programmatica, di riforma istituzionale, di aggiornamento delle regole regionali, nazionali europee. Molte delle cose di Soru che non piacciono ai partiti piacciono alla gente. Piace che abbia fatto una chiara scelta di campo politico, che il programma sia chiaro, dialettico, non una scatola chiusa. Sarebbe ingenuo pensare che un risveglio delle coscienze sia in grado da solo a cambiare il corso della politica. Soru non basta, certo. Ma è da condividere la scelta di base di chi vuol scendere in campo per combattere sfiducia e asservimento. Il programma di Soru, forse non è né nuovo né originale. Eppure in bocca a Soru la difesa dell’ambiente, il ruolo dell’agricoltura e dell’artigianato, l’identità e la cultura, la necessità di avere un’isola che produce, tutto ciò appare credibile all’opinione pubblica. Soru non può ignorare i partiti né i partiti possono ignorare Soru. È necessaria anche una legittimazione democratica anche per evitare di cadere in un populismo pericoloso e improduttivo. Tale metodo gioverà a Soru e ai partiti, ai partiti e a Soru. E alla Sardegna oggi senza guida.

 

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di Pietro Soddu
Renato Soru, Berlusconi e Archimede
L'editoriale di Settembre