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La truffa dei bracconieri del mare

Pagati da Stato e Ue per eliminare le reti proibite, continuano a usarle. Uccidendo balene e delfini

PONZA - Sono al bando dal 2002, ma sono ancora centinaia nel Mediterraneo gli armatori che pescano con le micidiali «spadare», reti lunghe chilometri e alte quanto un palazzo di sette piani, facendo strage di pescespada. Ma anche di specie protette come delfini, tartarughe, capodogli. Pur avendo ottenuto gli indennizzi per la riconversione di questo genere di pesca, operazione costata milioni di euro allo Stato e all’Unione europea, molti pescatori avrebbero continuato a utilizzare le «spadare». La maxi-truffa è stata scoperta dal Servizio navale operativo della Guardia di Finanza e la procura di Catania ha aperto un’inchiesta. Le indagini hanno portato a scoprire alcune basi logistiche in Sardegna, dove pescatori siciliani e calabresi si danno appuntamento per le loro battute di caccia. A Calasetta e a Sant’Antioco sono decine i grossi pescherecci ancorati in una zona defilata del porto pronti a salpare. I loro movimenti sono seguiti non solo in mare con le motovedette, ma anche dall’alto con gli elicotteri della Gdf. «La nostra - spiega il capitano Sebastiano Scandurra - è un’eterna sfida tra il gatto e il topo. Gli armatori fuorilegge sono diversi centinaia, e non è facile individuarli. Lavoriamo ogni notte per dargli la caccia. Incassano i soldi per la riconversione delle spadare, ma in realtà non cambiano nulla». Una truffa in piena regola. Basta pensare che un solo armatore può prendere fino a 260 mila euro per una riconversione mai realizzata.
Seguiamo la caccia in diretta a bordo del guardacoste d’altura Bellai G105. Base logistica il porto di Cagliari. Missione: pattugliamento della costa occidentale della Sardegna. Arriva la prima segnalazione: pescherecci sospetti al largo dell’Arcipelago campano. E’ tardo pomeriggio. Tutti gli uomini sono al loro posto. Viene tracciata la rotta, si mollano gli ormeggi, si esce dal porto. Inizia la caccia ai «bracconieri del mare».
Nella sala comando, in plancia, la strumentazione mostra, grazie all’aiuto di due radar, la situazione in mare. Su alcuni schermi sono visualizzati gli ostacoli che si possono trovare davanti a noi. La sala è ovattata, gli oblò sono oscurati per permettere una migliore visibilità. Verso le 22 siamo in zona operativa. Sugli schermi sono decine i segnali di possibili «bersagli». Ognuno di loro viene agganciato, controllato, seguito. Si analizzano velocità, rotta, tipo di imbarcazione. Si controlla e ricontrolla ogni dettaglio, si segue l’ultimo bollettino del mare. La missione entra nel vivo.
Sono molte le imbarcazioni che solcano il Tirreno: traghetti, yacht d’altura, panfili, portacontainer, petroliere. Solo verso l’una e mezza di notte il «bersaglio» è agganciato. Davanti a noi, 25 miglia a sud ovest di Ponza, un peschereccio quasi immobile. Sullo schermo radar è visibile anche il segnale della lunga rete agganciata all’imbarcazione. Si procede con i motori al minimo e con le sole luci di posizione. Ci si avvicina molto lentamente da prua. Gli uomini del peschereccio sono impegnati al recupero della rete. Non si accorgono di nulla. L’effetto sorpresa è totale.
Come si sperava. Solo all’ultimo, quando i potenti riflettori del guardacoste illuminano a giorno l’intera area, i «bracconieri» hanno uno scatto di sorpresa. E capiscono che sono stati presi con le mani nel sacco.
Non possono più fuggire. Le due imbarcazioni non si possono accostare. A causa del moto ondoso c’è il rischio di una collisione, e la lunga «spadara» che segue una linea diritta ed è spinta dalle correnti potrebbe impigliarsi nelle eliche. Partono le operazioni di controllo e contestazione. Si procede all’identificazione del peschereccio e dell’equipaggio. L’operazione di recupero della rete è lunga e laboriosa. Alcuni pescispada vengono issati a bordo. Solo alle 4 il peschereccio, scortato dalla Finanza fa rotta per il porto di Ponza.
I finanzieri scoprono che l’armatore e l’equipaggio avevano ottenuto 107.733 euro, oltre 200 milioni di vecchie lire (50% a carico dello Stato, 50% dall’Ue) per la riconversione delle attrezzature da pesca, appunto le reti-spadare. Alle 8 i mezzi entrano nel porto di Ponza: i pescispada catturati e le spadare vengono sequestrati, mentre al capobarca e all’equipaggio viene contestato il reato di truffa aggravata.
Più tardi, sul molo, sotto un sole cocente, inizia la misurazione delle reti. Un lavoro che dura fino a metà pomeriggio quando sul verbale di sequestro ne viene annotata la lunghezza: 8 mila metri. Una trappola stesa in mare per otto chilometri, un nemico mortale per pescispada, delfini, cetacei.
Ma non mancano le sorprese. Poche decine di metri più in là, proprio accanto agli uffici della Capitaneria sono ormeggiati alcuni pescherecci stracarichi di reti per la pesca del pescespada. Arrotolate, in bella vista, sono sotto gli occhi di tutti, turisti compresi. Inutile ricordare che,in base alla legge, le spadare, ormai al bando per quanto riguarda la pesca, non possono nemmeno essere tenute bordo. Ma l’allarme è scattato e qualcuno nel frattempo si è premurato di coprire con alcuni teli le reti fuorilegge. Per un peschereccio catturato, sono decine tutte le notti, quelli che stendono le loro reti-killer nel mar Tirreno. E la strage dei pescispada continua.
Emilio Nessi


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