Elenco TitoliStampa questo articolo
 
VENERDÌ, 14 GENNAIO 2005
 
Pagina 7 - Sardegna
 
In Corsica un modello condiviso da tutti
 
La riserva naturalistica, nata nel ’72, copre più di un terzo dell’intera isola
 
 
 
 

 CORTE. E’ quasi una sentenza senza processo: si sta cioé decretando la morte del Parco nazionale del Gennargentu dopo averlo fatto nascere, ma non vivere. La sensazione, forte, è che la condanna si basi più su passioni e strumentalizzazioni che su un ragionamento sereno per valutare il rapporto tra costi e benefici. Si resuscitano così antiche parole d’ordine e si estremizzano legittime perplessità in un clima infuocato che impedisce l’approccio pragmatico al problema.
 Il cortocircuito logico e politico sta nel fatto che sulla premessa tutti concordano, anche perché è semplicemente un dato di fatto: le aree della Sardegna centrale sono a rischio di una castrofe culturale e sociale. La mancanza di prospettive sta infatti progressivamente svuotando i paesi del centro Sardegna. Un dato eloquente è quello fornito da un gruppo di studio dell’università di Cagliari, che ha monitorato i comuni del parco dal 1981 al 1991: la popolazione è diminuita mediamente dell’11,65%. Ci sono anche casi in cui il tasso negativo di variazione della popolazione raggiunge valori davvero sorprendenti: Gairo -42%, Seulo -23% e Ussassai -20%.
 Il problema nasce invece quando si affronta il modello di sistema che dovrebbe arginare questa tendenza, se non bloccarla. Il parco è una soluzione possibile. C’è poi chi cerca di riempire di contenuti l’espressione “nuovo modello di sviluppo”, come la Provincia di Nuoro, che esplora il progetto del pastoralismo. Sul fronte degli “antiparco”, invece, si dice no al modello di area naturalistica protetta, ma ancora non si è proposto nulla di alternativo.
 In questo clima confuso e conflittuale, c’è poi la proposta del governatore Renato Soru che parla di parco leggero, a gestione regionale, sul modello della Corsica. C’è chi ha già anticipato il suo no a questa ipotesi, ma sarebbe utile conoscere e capire prima di erigere barricate ideologiche. Sì, perché il sistema dei parchi in Corsica funziona. Non è stato certo la panacea di tutti i mali nell’Isola di Bellezza, ma ha sicuramente rappresentato la chiave per fermare l’emorragia di intelligenze e di sensibilità che in Corsica chiamano “diaspora”. Per capire le dimensioni reali di questo fenomeno, basti pensare che attualmente in Corsica i residenti sono 225 mila, mentre oltre 650 mila corsi vivono nella Francia continentale o sparsi per il mondo.
 Premessa: il rapporto tra i corsi e l’ambiente non è mai stato storicamente buono. Basti ricordare cosa scriveva nel 1830 Prosper Mérimée nella novella Matteo Falcone: «Bisogna sapere che il contadino corso, per risparmiarsi la fatica di concimare i campi, dà fuoco a una determinata distesa di bosco: tanto peggio se la fiamma si propaga più del bisogno; accada quel che vuole accadere, è sicuro di avere un buon raccolto seminando su quella terra fertilizzata dalla cenere degli alberi che la coprivano».
 L’idea di creare un parco in Corsica l’ebbe per primo il senatore radicale di Venaco, François Giacobbi alla fine degli anni Sessanta. Per dire la verità, Giacobbi pensava a un parco nazionale. Era un’idea per frenare il disastro economico e sociale dell’isola. Ma Parigi bocciò l’idea. Cominciò così a camminare l’ipotesi di un parco regionale, in un clima di diffidenza, se non di aperta ostilità da parte delle popolazioni dell’interno.
 Racconta Jacques Leoni, per decenni dirigente del parco, ma soprattutto anima e cuore dell’ente: «La necessità era quella di risolvere due problemi. Uno di natura sociale: il degrado e lo spopolamento delle zone interne. L’altro, di natura ambientale: trovare un sistema per bloccare l’escalation degli incendi. La vera difficoltà che dovemmo affrontare non fu tanto quella dei veti di Parigi, ma le resistenze delle popolazioni dell’interno che respingevano qualunque ipotesi di cambiamento e di innovazione. Un groviglio dove si intrecciavano antiche abitudini familiari e le consuetudini immutabili di un’economia primitiva e di sopravvivenza».
 Ufficialmente il parco regionale della Corsica nacque nel 1972. Ma l’équipe di Leoni era al lavoro da quasi tre anni. «Parlavamo e discutevamo con la gente - dice - Ma ci muovevamo anche sul piano degli interventi concreti. Infatti, con gli elicotteri trasportammo materiale edilizio in alta montagna e aiutammo i pastori a ristrutturare gli ovili. Contribuimmo a ridare dignità al loro lavoro, aiutandoli a trovare sostegni economici, ma anche cercando spazi di mercato per i loro prodotti. Costruimmo poi un’efficiente rete di idranti in funzione antincendio. Finalmente, si arrivò a condensare la filosofia del parco in una carta costitutiva. Aderirono 47 comuni».
 Le resistenze dei pastori e dei cacciatori si affievolirono in pochissimi anni, grazie alla strategia del dialogo e della sensibilizzazione di Leoni. «Li convincemmo che non li stavamo espropriando di nulla - dice - perché il nostro parco non vieta alcunché: si può coltivare, pascolare, cacciare e pescare».
 Crebbe così il consenso e, piano piano, si modellò una nuova economia integrata tra turismo, cultura, artigianato e pastorizia. Dai 47 comuni originari si arrivò ai 138 del 1995, fino ai 145 di oggi, per un totale di 350.510 ettari. In pratica, più di un terzo dell’intera Corsica.
 La rivoluzione ambientalista corsa è stata soprattutto culturale.
 «La comprensione che l’ambiente era risorsa - dice Leoni - ha fatto della gente la prima custode della natura. Perfino i cacciatori si sono autoimposti dei limiti e così specie che erano in via di estinzione sono ora protette. Come il gipeto barbuto e come il cervo corso».
 Le strutture gestionali del parco sono l’assemblea, composta da 220 persone, nella quale sono rappresentati tutti i comuni, la regione e i due dipartimenti. L’assemblea elegge un bureau di gestione di trenta membri che ha, al suo interno, un esecutivo composto da un presidente e da quattro vicepresidenti. I comuni aderiscono al parco per dieci anni, poi decidono se rinnovare la loro adesione. Finora nessuno è andato via.
 C’è infine da ricordare che in Corsica esiste la riserva nazionale marina di Scandola, il golfo di Porto, riconosciuto dall’Unesco patrimonio dell’umanità, e il parco marino delle Bocche di Bonifacio. Ma sta nascendo anche un parco nazionale terrestre-marino che ingloberà Scandola e si estenderà per 157 chilometri di costa.